| Visitando Nisida: riflessioni sul carcere minorile |
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Nel corso dei secoli la filosofia dell'intervento penale è profondamente mutata: si sono attenuati sempre più sia l'enfatizzazione di stampo illuminista sul delitto come "violazione di un diritto", per cui la pena deve avere funzione esclusivamente retributiva, sia il principio di matrice positivista secondo cui il delinquente, quale soggetto "malato, privo di responsabilità", costituisce un grave turbamento dell'ordine sociale.Tappa fondamentale di questo cammino è stata segnata dalla Carta Costituzionale, la quale all'art. 27 prevede esplicitamente che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Compito dello Stato è quello di tentare di reintegrare la persona nel tessuto comunitario, recuperandola a se stessa e fornendole quei sostegni nel processo evolutivo di cui è stata privata.
Questo discorso è ancor più vero se si fa riferimento al minore, il quale, per definizione, è un soggetto in evoluzione, alla ricerca di una propria identità. In quest’ottica per i minori la funzione rieducativa della pena ha la priorità su quella punitiva: all’interno dell’Istituto Penale Minorile (IPM) la regola costituisce la condizione basilare per la realizzazione di un contesto di civile convivenza che possa promuovere i processi di cambiamento del giovane. La pena deve attivare processi di responsabilizzazione, favorendo il mutamento degli stili di vita personali e delle relazioni socio-familiari. Il trattamento, articolato nelle sue dimensioni fondamentali di istruzione, lavoro, religione e attività culturali, ricreative e sportive, deve rispondere al principio di individualizzazione, ossia deve modularsi sui bisogni di personalità di ciascuno, con la possibilità di integrazioni e modifiche in itinere. Esso punta alla rapida e definitiva fuoriuscita del minore dal circuito penale attraverso un processo di reinserimento nel contesto sociale e di rimozione degli ostacoli che ne impediscono la piena realizzazione. Ciò comporta la necessità, in fase di dimissioni, di elaborare un vero e proprio “progetto di reinserimento” del detenuto nel tessuto socio-economico e, laddove possibile, familiare, che lo sostenga nella ricerca di opportunità alternative ad uno stile di vita deviante.
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